

138. Giolitti, un conservatore paternalista.

Da: G. Salvemini, Il ministro della malavita e altri scritti
sull'Italia giolittiana, a cura di E. Apith, Feltrinelli, Milano,
1962.

Gaetano Salvemini, storico e uomo politico vissuto dal 1873 al
1957, pur riconoscendo a Giolitti il merito di aver affrontato con
equilibrio la crisi sociale dei primi anni del Novecento, lo
defin un conservatore paternalista e ne condann aspramente i
metodi politici, affermando che mai nessuno era stato cos cinico
nel fondare la propria potenza politica sull'asservimento, sul
pervertimento, sul disprezzo del Mezzogiorno d'Italia.


L'onorevole Giolitti [...] approfitta delle miserevoli condizioni
del Mezzogiorno per legare a s la massa dei deputati meridionali;
d a costoro carta bianca nelle amministrazioni locali; mette
nelle elezioni a loro servizio la malavita e la questura; assicura
ad essi ed ai loro clienti la pi incondizionata impunit; lascia
che cadano in prescrizione i processi elettorali e interviene con
amnistie al momento opportuno; mantiene in ufficio i sindaci
condannati per reati elettorali; premia i colpevoli con
decorazioni, non punisce mai i delegati delinquenti; approfondisce
e consolida la violenza e la corruzione dove rampollano spontanee
dalle miserie locali; le introduce ufficialmente nei paesi dove
erano prima ignorate. L'onorevole Giolitti non  certo il primo
uomo di governo dell'Italia una che abbia considerato il
Mezzogiorno come terra di conquista aperta ad ogni attentato
malvagio. Ma nessuno  stato mai cos brutale, cos cinico, cos
spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica
sull'asservimento, sul pervertimento, sul disprezzo del
Mezzogiorno d'Italia; nessuno ha fatto un uso pi sistematico e
pi sfacciato, nelle elezioni del Mezzogiorno, di ogni sorta di
violenze e di reati [...]. La tattica dell'onorevole Giolitti 
stata sempre quella di far la politica conservatrice per mezzo dei
condottieri dei partiti democratici: sia lusingandoli e
addomesticandoli per via di attenzioni individuali (siamo arrivati
gi alle nomine senatoriali) sia, quando si tratti di uomini
personalmente disinteressati, come Turati [Filippo Turati,
fondatore del partito socialista e deputato] e Bissolati [Leonida
Bissolati, socialista riformista] conquistandoli con riforme le
quali non intacchino seriamente gli interessi economici e politici
dei gruppi dominanti nel governo (esempio: certe leggine sociali
misurate col contagocce), oppure tali che l'onorevole Giolitti
s'illuda di poterne ridurre l'attuazione pratica ad una
turlupinatura (esempio: il suffragio quasi universale) [...].
Giolitti ebbe il buon senso di capire che occorreva cambiare
strada e non continuare, nelle nuove condizioni sociali e
psicologiche del popolo italiano, la politica del mulo bendato.
Sarebbe stolto negare quel buon senso. Ma deve rimanere ben chiaro
che quando Giolitti sopravvenne a largire quella concessione,
gli operai italiani quella concessione se l'erano gi presa da s,
grazie ai loro sacrifici, e di loro volont. Per dargli tutto
quanto gli spetta, bisogna dire che non appena Giolitti divent
ministro degli Interni nel 1901 e abbandon la politica di
compressione contro le organizzazioni operaie, si scaten per due
anni in Italia, e specialmente nelle campagne, un ciclone di
scioperi senza precedenti. Davanti a quella tempesta un uomo che
fosse stato dotato di un sistema nervoso meno solido avrebbe
perduto la testa e sarebbe ritornato ai metodi animaleschi degli
anni passati, provocando chi sa quali violente complicazioni.
L'uomo non perd la testa. Rimase saldo in arcioni. Fu questo il
suo contributo personale, e fu grande, al superamento di quella
crisi. In quegli anni i poveri diavoli facevano valere le loro
ragioni. Mettersi contro quei poveri diavoli sarebbe stato per
Giolitti non solo andare contro ai suoi sentimenti personali, ma
anche adottare la politica di quei conservatori la cui avversione
egli aveva provato negli anni precedenti e provava tuttora. O
l'uomo superava la prova o la sua carriera politica era troncata
per sempre. La coincidenza fra la pressione del movimento operaio,
le predisposizioni personali e gli interessi politici dell'uomo
fecero di lui in quel momento un uomo di Stato. Ma quando avremo
dato a Giolitti il merito che gli tocca per aver accettato e non
frastornato le nuove correnti benefiche della vita italiana,
stiamo ben attenti a non perdere noi quella testa che egli non
perdette nel 1901 e 1902, attribuendogli meriti che non ebbe, e,
peggio ancora, fare la cospirazione del silenzio sul bene che non
fece e sul male che pur fece. I bilanci si fanno mettendo insieme
le partite del dare ed avere, e non una partita sola [...].
Giolitti era quel che nel secolo diciottesimo sarebbe stato
definito un sostenitore del dispotismo illuminato: cio un
conservatore paternalista, che riconosceva ai poveri diavoli il
diritto di mangiare un po' di pi, vestire un po' meglio, e fare
il possibile per raggiungere risultati; ma non pens che i poveri
diavoli potessero cambiare le basi della societ, in cui erano
nati, o dovessero ardire di cambiarle.
